Siete di Cremona?
Tutti la conosciamo come una città tranquilla tutto sommato o almeno così appare, poiché in realtà se volete andare oltre alle apparenze si possono trovare casi molto interessanti. Ed io sono qui proprio per questo.
Qui nel nostro blog ho deciso di farvi conoscere alcune storie che hanno sconvolto Cremona e le sue province, sia per informare ma soprattutto per dare voce a chi non è più qui, a chi ha sofferto e a chi è stata spenta la vita troppo presto.
Oggi vi racconterò la tragica storia di una madre uccisa dal suo stesso figlio, quello stesso figlio che ha cresciuto con amore e che ha sempre cercato di aiutare. Vi invito a riflettere proprio su questo, cresci un figlio, lo ami, lo nutri gli dai tutto e lui ti toglie la vita senza nemmeno rifletterci tanto.
Queste cose purtroppo sono all’ordine del giorno, ma voglio ricordare che non è questa la normalità. Questo è Crimini Vicini e questa è la storia di Fatna Moukhif.
Dalla colluttazione al fendente mortale
È il 23 Settembre 2021, ci troviamo nel quartiere Cambonino a Cremona in via Panfilo Nuvolone 4. In quell’edificio ci abitano Fatna Moukhif, il marito e i tre figli, ma quel giorno di Settembre, intorno alle 10:30 in casa si trovano solo mamma Fatna e il figlio di 35 anni Younes.
È proprio alle 10 che scatta la lite tra la donna e il suo primogenito: inizialmente sembra solo un litigio come un altro, ma da lì a poco Younes aggredisce la madre che in ogni modo tenta di difendersi, l’aggressione avviene con calci e pugni concentrati principalmente sul volto e sul tronco. L’uomo però, non contento, trascina la madre in camera ed è proprio lì che con un coltello lungo 20 centimetri le sferra un fendente alla gola, con così tanta precisione da reciderle la giugulare e la carotide con un solo colpo.
La donna fino all’ultimo ha lottato, tanto da cercare di afferrare il coltello dalla parte della lama per cercare di impedire al figlio di mettere fine alla sua vita, purtroppo non riuscendoci, ed è così che alle 11:00 la povera donna ha esalato il suo ultimo respiro.
La donna è stata ritrovata dal marito che, una volta fatta la dolorosa scoperta, ha subito allertato le forze dell’ordine.

(in foto il palazzo nel quartiere Cambonino e la vittima — fonte: ilcorriere.it)
Il comportamento lucido-delirante di Younes
Dopo l’omicidio, Younes non si è dato immediatamente alla fuga, ma ha avuto un comportamento che in seguito è stato descritto come lucido-delirante.
E a questo punto vi starete chiedendo: perché gli vengono attribuiti questi due aggettivi?
Seguitemi e ve lo spiegherò il più chiaramente possibile.
La prima cosa che Younes ha fatto dopo aver messo fine alla vita della madre è stata lavarsi e cambiarsi i vestiti; e fin qua si può anche pensare che lo abbia fatto per inquinare le prove. Ma a far venire dubbi sulla sua lucidità nei momenti successivi all’omicidio è il fatto che lui non abbia minimamente provato a nascondere o a distruggere l’arma del delitto: al contrario, l’ha lasciata sulla scena del crimine, segno che non fa pensare a una premeditazione.
La domanda che ora vi starete ponendo è: che cosa abbia fatto dopo essersi lavato?Molti penseranno che abbia almeno provato a scappare dalla città, invece è andata diversamente.
Younes è uscito di casa ed ha passato circa 9 ore a vagare per la città, fino alle 20:30 circa, quando è stato trovato dalle forze dell’ordine mentre si aggirava tra via Mantova e via dell’Annona nei pressi dello stadio Zini, molto lontano dal luogo del delitto. L’uomo non ha opposto resistenza al momento del fermo.
Gli agenti hanno appurato subito che fosse chiaramente in stato confusionale ed hanno anche notato che presentava tagli ed escoriazioni, probabilmente riconducibili ai disperati tentativi di difesa della vittima.

(in foto Younes El Yassire e Fatna — fonte: Cremona Oggi)
I problemi psichici di Younes El Yassire
Ora passiamo a un punto chiave di questa storia: la sanità mentale del trentacinquenne.
La situazione mentale di Younes non è precipitata da un momento all’altro, ma è stato un lento progredire che lo ha portato alle attuali condizioni psicologiche. Ma facciamo un passo indietro.
Il suo equilibrio psichico ha iniziato a degradare da quando la moglie lo ha lasciato ed è tornata a vivere in Marocco con il figlio piccolo. Questo primo evento è stato particolarmente significativo per lui ed è ciò che ha dato inizio a una grave fase depressiva; in più il fatto di essere “forzatamente” ritornato ad abitare con i suoi genitori ha sicuramente aumentato un sentimento di inadeguatezza, dando via così alle tensioni domestiche.
A causa di tutto questo, Younes era in cura presso il CPS (Centro Psicosociale) di Cremona, dove veniva descritto come taciturno e impegnato in un percorso di reinserimento lavorativo. Prima del delitto, però, l’uomo aveva deciso di interrompere le cure, decidendo così di non assumere più nessuno dei farmaci che gli erano stati prescritti. Senza il supporto dei medicinali, la schizofrenia paranoide che gli era stata diagnosticata ha fatto sì che la realtà si trasformasse in un incubo persecutorio.
Ovviamente, a causa di ciò la mente del trentacinquenne ha iniziato a costruirsi una narrazione distorta rispetto alla realtà: ha raccontato agli inquirenti di sentirsi vittima di magie, che non è ben chiaro se pensasse fossero praticate dalla madre o dalla ex moglie. Detto così potrebbe sembrare assurdo, ma per lui era una convinzione così radicata che ha persino iniziato a pensare che la madre volesse avvelenarlo tramite il cibo, portandolo a non percepirla più come una normale figura protettiva, ma come una nemica da cui difendersi.
Tutto ha iniziato a precipitare poche settimane prima del delitto: il suo rapporto con i genitori era ormai molto problematico; tra richieste ossessive di denaro e litigi violenti, il culmine è stato raggiunto proprio quel 23 Settembre quando, secondo i periti, in Younes si è avuto un cortocircuito mentale. È da specificare che la famiglia El Yassire aveva già subito un lutto importante: il terzogenito, uno dei fratelli dell’uomo, è morto suicida nel 2016 a 24 anni, lanciandosi dal balcone della stessa abitazione.


(in foto Younes ed il Centro Psicosociale di Cremona)
Le testimonianze chiave dei fratelli
Il processo a carico di Younes si è svolto il 22 Dicembre 2022, alla Corte d’Assise di Cremona. Vi avviso: questo processo farà arrabbiare qualcuno, il che ci può anche stare. Ma vi invito a riflettere su come una famiglia sia stata spezzata perché una persona non è riuscita ad accettare di farsi curare.
Durante il processo del trentacinquenne, le testimonianze dei fratelli sono state fondamentali per avere un quadro ben chiaro sulla sua situazione fisica e mentale; essi infatti hanno dichiarato che il fratello sembrava ormai essere diventato l’ombra di sé stesso: passava intere giornate a guardare il vuoto o a parlare da solo. Hanno anche confermato che la madre, nonostante gli scatti di aggressività che aveva Younes (legati alle richieste di denaro non accolte e al suo rifiuto di curarsi), era l’unica che riuscisse a stargli vicino; tutto questo, nonostante il rapporto difficoltoso e il timore per il suo comportamento. La donna lo difendeva, tanto da arrivare a rifiutarsi di cacciarlo di casa anche a fronte dei diversi segnali di pericolo, e ha sempre cercato di accudirlo e aiutarlo.
Grazie a queste testimonianze e alle perizie psichiatriche, Younes è stato assolto dall’accusa di omicidio volontario aggravato, proprio a causa della sua incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Nonostante ciò, il giudice ha disposto la libertà vigilata presso una REM (una Residenza per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza) per un periodo di almeno due anni a causa della sua pericolosità sociale. Al momento, non ho trovato notizie che parlino di lui in libertà, perciò si può dedurre che si trovi ancora in struttura.
Questo caso mi ha molto rattristato: pensare al dolore che ha provato quella madre, uccisa dallo stesso figlio che cercava di proteggere. Fatna veniva descritta come donna mite e molto devota alla famiglia; tutti la ricordano come una persona riservata e disperatamente impegnata a gestire la malattia del figlio. Una madre con la “M” maiuscola: una storia, la sua, che purtroppo non ha avuto un lieto fine.
Del resto, un mio pensiero andrà sempre alle vittime e alle loro storie.